- Abbiamo simulato per 318 mesi (febbraio 2000 – luglio 2026) due portafogli opposti dentro l'S&P 500: ogni mese i 30 titoli più forti contro i 30 più deboli per forza relativa, con costi reali, lotti interi e i costituenti storici dell'indice — includendo cioè le società poi fallite o uscite.
- Vince la forza: 13,6% annuo contro 9,6%. Da 100.000$: 2,94 milioni contro 1,15 — un rapporto di 2,6 a 1. E con meno rischio, non di più: Sharpe 0,65 contro 0,50, crollo massimo −53% contro −58%.
- Il controllo decisivo: solo il paniere dei forti batte 250 portafogli estratti a caso dallo stesso universo (99,6% delle estrazioni per rendimento). Comprare i deboli è risultato indistinguibile dal caso.
- La vera delusione è il "compra il dip dei leader": i titoli forti in ritracciamento sono il paniere peggiore del test (8,5% annuo) e il più fragile ai controlli di robustezza.
- Onestà statistica: il divario tra forti e deboli non è statisticamente significativo in senso stretto (t = 1,11, l'intervallo di confidenza comprende lo zero). Ma 11 indicatori indipendenti su 11 puntano nella stessa direzione: diamo peso al backtest, dichiarandone i limiti.
C'è un istinto che ogni investitore conosce: vedere un titolo solido scendere del 30% e pensare "è in saldo, lo compro adesso". E c'è l'istinto opposto, quello del trend follower: "compra ciò che sta già vincendo". Sono due filosofie inconciliabili — contrarian contro momentum — e su entrambe si sono costruite carriere, libri e fondi. Ma dentro l'S&P 500, negli ultimi 26 anni, chi avrebbe guadagnato di più?
In due studi precedenti avevamo guardato il momentum come segnale di ingresso e uscita dal mercato e i metodi semplici di protezione. Questo studio risponde a una domanda diversa: non quando stare nel mercato, ma quali azioni comprare quando ci sei. È la versione "selezione titoli" dell'eterno duello: la forza che persiste contro il rimbalzo che (forse) arriva. Una precisazione prima di partire: «ai massimi» e «a sconto» qui si riferiscono al prezzo relativo — titoli che hanno corso più o meno degli altri — non alle valutazioni di bilancio: in questo studio non ci sono multipli né P/E, solo forza relativa.
Il momentum temporale (time-series) confronta un asset con sé stesso: "SPY sta salendo? resto dentro". Il momentum trasversale (cross-sectional), quello di questo studio, confronta i titoli tra loro: "quali azioni stanno andando meglio delle altre?". Un titolo può essere in guadagno assoluto ma debole rispetto ai concorrenti, o in perdita assoluta ma più forte degli altri. Qui la classifica è sempre relativa al gruppo: per costruzione, metà universo sta sopra e metà sotto, in ogni condizione di mercato.
Come è costruito il test (e perché ogni scelta è fatta così)
Ogni giorno assegniamo a ciascun titolo dell'S&P 500 un punteggio di forza relativa — lo chiamiamo RS Score — che misura quanto il titolo ha reso rispetto agli altri su tre orizzonti: 1, 3 e 6 mesi. Poi ordiniamo tutti i titoli dal più debole al più forte e li dividiamo in cinque fasce uguali (quintili). Da lì nascono i portafogli che si sfidano, tutti con le stesse regole:
- Q5 Leader — i 30 titoli più forti in assoluto: la scommessa sul momentum;
- Q1 Laggard — i 30 più deboli: la scommessa contrarian, "compro il crollo";
- Q5 in ritracciamento — titoli forti che stanno rallentando: il "compra il dip dei leader";
- Q3 In linea — i 30 titoli mediani: il gruppo di controllo;
- Universo eleggibile — tutti i titoli equipesati, senza costi: il metro di paragone interno.
Ogni portafoglio parte con 100.000$, si ribilancia una volta al mese comprando azioni vere in lotti interi, paga commissioni e spread a ogni operazione e riceve l'interesse dei T-bill sulla liquidità. E soprattutto: usa i costituenti storici dell'indice, ricostruiti data per data. Significa che nel 2001 il test "vede" Enron e Worldcom come membri legittimi dell'S&P 500 — perché lo erano — e che i titoli poi delistati restano nel campione. È il punto dove muoiono quasi tutti i backtest amatoriali.
Per ogni titolo calcoliamo i rendimenti a 21, 63 e 126 giorni di borsa e li confrontiamo con quelli di tutti gli altri titoli nello stesso giorno, usando una misura statistica robusta (uno z-score costruito su mediana e deviazione assoluta mediana, che non si fa ingannare dai valori estremi). Il risultato è un numero centrato sullo zero: 0 = titolo mediano, positivo = più forte della maggioranza, negativo = più debole. Dettaglio importante: il confronto è con gli altri titoli, non con l'indice — il rendimento generale del mercato si cancella nella standardizzazione, quindi la classifica funziona allo stesso modo nei rialzi e nei ribassi.
Il verdetto in quattro caselle
I numeri completi, paniere per paniere
Ecco tutte le metriche, con le stesse regole e gli stessi costi per tutti. Le colonne chiave sono il rendimento annuo, lo Sharpe (guadagno per unità di rischio) e la perdita massima:
| Paniere | Cosa compra | Rend. annuo | Sharpe | Sortino | Perdita max | Mesi per recuperare | Costi annui | Da 100k a… |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Q5 Leader ★ | Ogni mese i 30 titoli più forti per forza relativa. | 13,6% | 0,65 | 1,14 | −53,3% | 69 | 0,63% | $2,94M |
| Q1 Laggard | Ogni mese i 30 titoli più deboli: la scommessa contrarian. | 9,6% | 0,50 | 0,70 | −57,7% | 82 | 0,90% | $1,15M |
| Universo eleggibile | Tutti i titoli eleggibili equipesati, senza costi. | 9,2% | 0,64 | 0,89 | −44,2% | 70 | — | $1,04M |
| Q5 in ritracciamento | Titoli forti che stanno rallentando: il "compra il dip". | 8,5% | 0,41 | 0,63 | −60,8% | 58 | 0,82% | $867k |
| Q3 In linea | I 30 titoli mediani: né forti né deboli. | 7,8% | 0,46 | 0,58 | −52,9% | 72 | 1,17% | $730k |
Due dettagli che raccontano più dei titoli di testa. Primo: i deboli non solo rendono meno, costano di più — il paniere Q1 ruota il portafoglio 1,73 volte l'anno contro le 1,18 dei forti, perché la debolezza è instabile: i titoli entrano ed escono di continuo dalla fascia. Secondo: il vantaggio dei forti non è comprato col rischio — a rendimento superiore corrispondono anche drawdown più contenuto e recupero più rapido (69 mesi contro 82 per riemergere dal crollo peggiore).
Il controllo che separa uno studio serio da un backtest da social
Fermiamoci un attimo: 13,6% annuo è tanto o poco? Qualunque paniere di azioni americane tenuto 26 anni sarebbe cresciuto — il mercato sale da solo. E battere l'indice non basta come prova: un paniere di 30 titoli equipesati è strutturalmente diverso da un indice pesato per capitalizzazione. La domanda giusta è più severa: scegliere i titoli per forza relativa aggiunge qualcosa rispetto a sceglierli a caso?
Per rispondere, lo studio genera 250 portafogli casuali: 30 titoli estratti a sorte dallo stesso universo, stesse date, stesso motore, stessi costi. È l'equivalente della scimmia bendata che lancia freccette sul listino. Se il nostro criterio non batte la scimmia, il criterio non esiste.
| Paniere | Rend. annuo | Batte il caso? (p-value) | Sharpe | Batte il caso? (p-value) |
|---|---|---|---|---|
| Q5 Leader | 13,6% | SÌ ✓ (0,004) | 0,65 | SÌ ✓ (0,024) |
| Q1 Laggard | 9,6% | NO ✗ (0,215) | 0,50 | NO ✗ (0,442) |
| Q5 in ritracciamento | 8,5% | NO ✗ (0,522) | 0,41 | NO ✗ (0,908) |
| Q3 In linea | 7,8% | NO ✗ (0,757) | 0,46 | NO ✗ (0,665) |
| Estrazione casuale (mediana) | 8,6% | — | 0,49 | — |
Invece di formule teoriche, si simula: 250 portafogli a caso, tutti processati identicamente, e si conta quanti battono il paniere in esame. Se lo battono in 1 su 250 (p = 0,004), è molto difficile che il suo risultato sia fortuna. Se lo battono in 110 su 250 (p = 0,44, il caso di Q1 Laggard), il paniere sta facendo quello che farebbe chiunque: nessuna informazione aggiunta. Attenzione però al rovescio della medaglia, di cui parliamo più sotto: questi p-value sono esplorativi, perché la configurazione del test non era stata dichiarata prima di vedere i dati.
Questo è il cuore dello studio, quindi vale la pena dirlo senza giri di parole: comprare la debolezza non ha aggiunto alcuna informazione. Il 9,6% annuo del paniere contrarian è indistinguibile da ciò che avrebbe ottenuto una selezione casuale (mediana 8,6%, e il suo Sharpe è perfino sotto la mediana del caso). Non "ha reso meno dei forti": proprio non ha dimostrato di saper scegliere.
La delusione più istruttiva: comprare il dip dei leader
C'è una terza via che sembra la più furba di tutte: "non comprare il forte quando è caro, aspetta che ritracci". Lo studio la testa esattamente: titoli nella fascia più forte ma con la traiettoria in discesa — leader in pausa, in teoria l'occasione perfetta. Risultato: 8,5% annuo, il peggiore del gruppo, con il drawdown più profondo (−60,8%) e uno Sharpe di 0,41 che è battuto dal 91% delle estrazioni casuali.
E c'è di peggio. Nello stress test sui titoli delistati (tra poco), questo paniere quasi azzera il rendimento: il suo risultato dipende in modo critico da come si trattano i titoli spariti dai dati. Due lezioni in una: il rallentamento di un leader non è un segnale d'acquisto, è spesso l'inizio della sua uscita dalla leadership; e un paniere che collassa a un cambio di ipotesi contabile non merita fiducia operativa.
Quando vince chi: il vantaggio non è gratis
Se comprare la forza vincesse sempre, sarebbe troppo facile — e infatti non è così. Il vantaggio dei forti è concentrato in alcune fasi e si rovescia in altre:
La prova del fuoco: e i titoli falliti?
Il bias più insidioso di questo tipo di studi rema, paradossalmente, a favore della tesi contrarian: quando una società fallisce o viene delistata, i suoi ultimi prezzi spesso mancano dai database — e i titoli che spariscono si concentrano proprio nella fascia dei deboli. Ogni "buco" cancella dal backtest le perdite peggiori del paniere contrarian, facendolo sembrare migliore di quanto fosse.
Se testi una strategia solo sui titoli sopravvissuti fino a oggi, stai selezionando i vincitori col senno di poi: Enron, Lehman e Worldcom escono dal campione e i risultati si gonfiano. Questo studio usa i costituenti storici data per data (i falliti restano dentro finché c'erano davvero), e in più stressa l'ipotesi peggiore: che ogni titolo delistato senza prezzo finale abbia perso il 30%, il 50% o il 100% del valore.
Perché succede: la forza è "vischiosa", la debolezza pure
Il meccanismo dietro questi numeri si legge in una tabella sola: la probabilità, per un titolo, di trovarsi il mese prossimo in una certa fascia partendo da quella attuale. Un titolo tra i più forti resta nella fascia dei più forti il 44% delle volte — di gran lunga la destinazione più probabile. E un titolo tra i più deboli? Resta debole o quasi: il 32% resta nella fascia più bassa, il 26% sale solo di un gradino. La probabilità del riscatto immediato — dal fondo alla vetta in un mese — è appena l'8,4%.
È questo che l'istinto contrarian sottovaluta: comprare il crollo significa scommettere su un evento che accade una volta su dodici, mentre comprare la forza significa cavalcare la configurazione più stabile che il mercato offre. Il rimbalzo esiste, ma il percorso tipico del titolo debole passa per altri mesi di mediocrità, non per il ritorno trionfale — e nel frattempo il paniere contrarian ruota titoli di continuo, pagando costi quasi doppi.
L'onestà statistica: cosa dicono davvero questi numeri
Ora la parte che quasi nessuno scrive, e che per noi è irrinunciabile. Il divario tra forti e deboli è di +3,9 punti l'anno, ma i rendimenti azionari sono così rumorosi che 26 anni di dati non bastano a "certificarlo": il t-statistic è 1,11 (la convenzione chiede almeno 2) e l'intervallo di confidenza al 95% va da −2,8% a +10,7% — comprende lo zero, quindi un vantaggio nullo resta compatibile con i dati. In più, la configurazione del test non era stata dichiarata prima di vedere i risultati, il che impone di leggere anche i p-value migliori come esplorativi.
Un risultato è statisticamente significativo quando è troppo grande per essere plausibilmente frutto del caso, dato il rumore dei dati. Il problema dei mercati è che il rumore è enorme: uno spread del 3,9% annuo con oscillazioni annue a doppia cifra richiederebbe decenni di storia in più per emergere "ufficialmente" dal rumore. Non è un difetto di questo studio: è la condizione normale di quasi tutta la ricerca finanziaria seria. Per questo il verdetto non si affida a un singolo test ma alla convergenza di più indicatori indipendenti.
Perché allora diamo comunque peso al risultato? Perché lo studio valuta 11 indicatori indipendenti — il segno della stima, la coerenza tra le due metà del campione, la frequenza di successo per anno e su finestre mobili, la tenuta agli stress sui delistati, i costi, l'asimmetria dei rendimenti, la persistenza delle fasce, il confronto col caso e con l'universo — e tutti e 11 puntano nella stessa direzione. Ciascuno, da solo, è discutibile; la loro convergenza no. Non è una dimostrazione: è il tipo di evidenza su cui si può ragionevolmente basare una decisione sotto incertezza, sapendo cosa non si sa.
Le quattro lezioni dai dati
1 · Tra forza e debolezza, i dati scelgono la forza
13,6% contro 9,6% annuo, Sharpe migliore, drawdown minore, costi più bassi, e — unico tra i panieri — la capacità di battere 250 selezioni casuali. Su 26 anni fanno 1,8 milioni di differenza su 100.000$ investiti. La direzione dell'evidenza è netta, anche se la certificazione statistica non c'è.
2 · Comprare il crollo non è una strategia, è una speranza
Il paniere dei deboli è indistinguibile da una selezione a caso: p-value 0,22 sul rendimento, Sharpe sotto la mediana del caso. Il riscatto immediato del titolo debole accade l'8,4% delle volte; il resto è attesa, rotazioni continue e costi quasi doppi. L'istinto del "saldo" ha una base emotiva, non statistica.
3 · Il "compra il dip del leader" è la trappola più elegante
Sembra la sintesi perfetta delle due filosofie; è il peggior paniere del test (8,5% annuo, crollo del −61%) e il più fragile: nello stress sui delistati il rendimento quasi si azzera. Quando un leader rallenta, i dati dicono che è più spesso l'inizio della fine che un'occasione d'ingresso.
4 · Il vantaggio del momentum si paga in anni difficili
I forti perdono contro i deboli nello scoppio dot-com, nel decennio 2009-2019 e nel 2021-22: trienni interi di sottoperformance, fino a 14 punti l'anno. Chi non è disposto ad attraversarli venderà nel momento peggiore — e a quel punto avrebbe fatto meglio a non cominciare. Nessun segnale ti esonera dalla disciplina.
Quindi, cosa scelgo?
La selezione in forza ha senso per te se…
- accetti che il vantaggio atteso sia probabile ma non garantito (l'intervallo di confidenza comprende lo zero)
- puoi sostenere crolli oltre il 50% e trienni in cui i deboli ti ridono dietro
- sei disposto a ribilanciare ogni mese con disciplina, anche quando il paniere sembra "caro"
- tratti la regola come un sistema, non come uno spunto discrezionale
Comprare la debolezza, invece…
- come regola sistematica, in questo test non ha superato nemmeno la selezione casuale
- se proprio, richiede un catalizzatore specifico (utili, eventi societari): comprare "perché è sceso" non lo è
- attenzione al dip dei leader: nei dati è la peggiore delle tre strade, non un compromesso furbo
- ricorda che i crolli veri (sotto la media a 200 giorni) sono fuori da questo test — e ancora più rischiosi
Come abbiamo fatto i conti
In parole semplici. Universo: i costituenti storici dell'S&P 500 ricostruiti data per data (1.206 società passate per l'indice dal 1996), prezzi EODHD dal 2000, backtest su 318 ribilanciamenti mensili da febbraio 2000 a luglio 2026. Punteggio: z-score trasversale robusto (mediana + MAD) dei rendimenti a 21, 63 e 126 giorni, aggiornato ogni giorno; fasce per quintili. Panieri da 30 titoli, 100.000$ iniziali, lotti interi, commissioni 1,50$ per lato più 3 punti base di spread, liquidità remunerata al T-bill. Filtri dichiarati: storia minima di un anno, prezzo sotto 1.500$, titolo sopra la propria media a 200 giorni. Tre serie di prezzi con errori accertati di rettifica (RAI, RRD, ACS) escluse su finestre limitate, con motivazione documentata. Controlli: 250 portafogli casuali processati dallo stesso motore, stress test sui delistati a −30/−50/−100%, spaccatura del campione in sottoperiodi, t-statistic con correzione Newey-West. Lo studio nasce da una pipeline Python sviluppata internamente su dati reali.
Conclusioni
Siamo partiti dal dilemma più antico della selezione titoli: il saldo o la corsa? Su 318 mesi di S&P 500, con costi reali, titoli falliti inclusi e una batteria di controlli contro il caso, la risposta dei dati è chiara nella direzione e onesta nei limiti: comprare la forza ha battuto comprare la debolezza — di quasi 4 punti l'anno, con meno rischio e meno costi — ed è l'unica delle strategie testate a dimostrare di saper scegliere meglio della sorte. La certificazione di significatività statistica non c'è, e lo diciamo a caratteri grandi; ma 11 indicatori su 11 che puntano dalla stessa parte sono il tipo di convergenza che in finanza raramente si ottiene. Chi compra i crolli "perché è sceso tanto" sta seguendo un istinto che questi 26 anni di dati non premiano; chi compra la forza deve sapere che il conto arriva sotto forma di anni difficili da attraversare. Come sempre, il vantaggio non sta nella regola: sta nella disciplina di applicarla.